03/01/2009

Noir Santa Claus

”Umh... questo vestito inizia a starmi stretto.... cheppalle!!!!
Quando l’ho comprato mi largheggiava... dovevo mettermi un cuscino per fare la pancia, e adesso basta la mia: più che sufficiente!”
Il vecchio Babbo Natale si diede una grattatina al didietro, mentre, ciondolando sul marciapiede, cercava di raggiungere il dormitorio.
Diede un’altra sorsata alla bottiglia di vodka che aveva in mano, una schifezza comprata al supermercato giù all’angolo, ma ne aveva bisogno! Era tutto il giorno che gironzolava per le case vestito come un deficiente, a portare pacchi a bambini che lo guardavano nascosti tra le gambe delle madri. E lui che ripeteva: ”oh-oh-oh...Buon Natale!!!!” oppure ”Eh, sei stato buono quest’anno?!?!!?!? Ecco il tuo regalo!!!”
Cheppalle!!!!!
Doveva smettere di fare quel misero lavoro, non ne poteva più.
All’inizio gli era sembrata una buona idea, nella sera più triste dell’anno, per un senza tetto, squattrinato e solo come lui, sarebbe stato il babbo di tutti i bambini e li avrebbe fatti ridere e li avrebbe coccolati!
In effetti all’inizio gli era piaciuto… adesso, dopo 5 anni, con un sacco di chili in più, la dipendenza dalla bottiglia che persisteva e nessuna prospettiva per il futuro, si era stufato…
Quei mocciosetti che lo guardavano impauriti o sospettosi, che appena tirava fuori il pacco dono allungatogli dal padre 30 secondi prima si dimenticavano di lui lo avevano stufato.
Era un po’ di tempo  che qualsiasi cosa lo stufava…
E poi per quella miseria che guadagnava…. Non ne valeva la pena… Oddio, per tutto il resto dell’anno non aveva neanche quello, si barcamenava tra lavoretti idioti e semi-gratuiti, magari anche solo per potersi comprare una birra…
Uffa…
Ma possibile che tutto costi così caro??? Un uomo non può concedersi un goccetto!!!!
Sbuffando come al solito era entrato in dormitorio, si era cercato il suo angolino e si era accovacciato lì, ancora vestito da babbo natale, la bottiglia stretta sotto il braccio, l’espressione corrucciata sulla fronte.
E pensare a quanto stava bene quando era più giovane… a quanto era stato felice…
Quando giocava ancora a pallone…
Era stato fortissimo!
Un centrocampista favoloso… ed aveva avuto anche un sacco di soldi!! Non giocava in serie A ma anche nella D pagavano bene!! E poteva comunque far carriera…
Se non fosse successo….
Gli sarebbe piaciuto arrivare in serie A, essere l’idolo dei ragazzini, avere un posto nell’Album Panini.
Quanto sognava di avere la sua foto su quell’album!!!
Quand’era piccolo avrebbe dato chissà cosa per essere uno di quei calciatori... e si era allenato, aveva provato e riprovato, ci aveva messo tutta la passione di cui era capace e alla fine era entrato nel giro… avrebbe anche potuto farcela. Fosse stato meno impulsivo.
Aggrottò ancora di più le sopracciglia e sprofondò nell’incubo che lo perseguitava ormai da 20 anni.
Rivide Carli, il giocatore avversario, entrare in scivolata sulla sua gamba, fargli un fallo e atterrarlo…
Volò di nuovo, come in quella domenica di maggio, e atterrò sull’erba del campo, con un TONK sordo della spalla sinistra.
E un dolore fulminante gli squarciò il braccio, il petto e gli abbuiò la vista.
Si tirò su, tenendosi il braccio sinistro, consapevole di averlo fratturato.
Gli altri stavano attorno a lui, compagni di squadra ed avversari, arbitro e guardalinee compresi.
Uno mancava all’appello.
E lui lo cercò come una furia, si fece largo tra i giocatori e le domande, le voci, le mani che cercavano di farlo stare seduto, calmo.
Non ci vedeva più. Aveva solo un obiettivo.
E lo raggiunse.
Lo chiamò e lo spinse forte, con l’unico braccio utilizzabile, sbilanciandosi tutto, lo spinse all’indietro.
Carli non se lo aspettava. Perse completamente l’equilibrio e cadde.
L’espressione di stupore che aveva dipinta sul volto mentre cadeva, con gli occhi sgranati e la bocca spalancata, gli rimase impressa nella mente per sempre.
Fu una spinta stupida. Dettata dalla rabbia. Si pentì immediatamente, nel sogno come nella realtà. Restò stupefatto a guardarlo cadere, lo vide sprofondare in un baratro infinito e nero che presto risucchiò pure lui… Nel sogno, precipitò giù, veloce, in un vortice nero, squarciato solo da sprazzi di luce che illuminavano articoli di giornale, facce note, persone che gli dicevano cosa fare e gli davano consigli…
Atterrò con un colpo, nel suo angolino del dormitorio si mosse e scalciò, scostando la lisa coperta che aveva addosso.
Adesso era in una sala immensa, con il pavimento in pietra freddo, le pareti in pietra, il soffitto in pietra…
La luce filtrava sottile dalle finestre poste in alto, gli sembrava quasi di essere in una cattedrale, di quelle romaniche, dove ti senti schiacciato, perduto, colpevole.
D’un tratto sopra di lui si materializzò uno scranno altissimo e su cui sedeva un uomo piccolo, vestito di nero, che si sporgeva, reggendosi ai braccioli con le lunghe dita scheletriche, per guardarlo, per interrogarlo.
Gli occhietti neri ed indagatori erano mal celati da occhialini rettangolari poggiati sul lungo naso aquilino e assieme alla testolina solo in parte ricoperta da ciuffetti di capelli bianchi, davano all’omino spigoloso la sembianza di un corvo.
“che cosa hai fatto?” la vocetta stridula riecheggiò per la navata, rotolando sui muri di pietra, amplificandosi e infrangendosi in milioni di vocette che insistenti gli ponevano sempre la stessa domanda: “Che cosa hai fatto?”
Fu pervaso dall’amara certezza di non trovarsi lì per essere giudicato, ma esclusivamente per essere condannato.
Probabilmente era questo che provavano i presunti eretici di fronte ai tribunali della Santa Inquisizione.
Mentre ancora quella voce riecheggiava insistente tra le navate, sentì il giudice emettere la condanna e uno stridio di catene lo spinse a guardare il soffitto.
Un masso enorme, di un peso indefinibile stava calando lentamente su di lui, lo avrebbe sicuramente schiacciato! Provò a muoversi, a divincolarsi, non ci riuscì. Non riusciva a muovere le gambe, le braccia, era come incollato al pavimento gelido, e poteva soltanto guardare il masso che si avvicinava, inesorabile, pronto a schiacciarlo con tutto il suo peso.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!”
Si svegliò con un urlo, madido di sudore, il costume rosso completamente bagnato ed appiccicato addosso. Aveva ancora su anche la vecchia barba finta. Sputacchiando bianchi peli sintetici si alzò, confuso. La testa gli girava, aveva brividi di freddo.
Non poteva andare avanti così.
Quel masso enorme se lo portava dentro da venti anni.
Il giudice, nella realtà, lo aveva assolto. Cardi era morto per un aneurisma, niente a che vedere con il colpo alla nuca e la spinta che lui gli aveva dato, ma quella voce non taceva. La sua anima, il vecchio corvo, non lo aveva mai assolto e lo perseguitava, ancora ed ancora, ogni volta che chiudeva gli occhi, ogni volta che non era abbastanza sbronzo da obbligarlo al silenzio.

Scolò d’un fiato la vodka e si avviò verso l’uscita del dormitorio, non sarebbe più riuscito a prendere sonno, comunque.
Aprì la porta e l’aria gelata ebbe l’effetto di uno schiaffo in faccia: stesso dolore, stessa forza, stessa capacità di svegliare.
Uscì. L’alcool che aveva in corpo non era sufficiente a tenerlo caldo, si strinse le braccia attorno al petto e si avviò senza meta, osservando le nuvolette di vapore bianco prodotte dal suo respiro: si creavano e scomparivano in un istante, belle, soffici ed indifferenti.
Raggiunse ponte della Vittoria.
Il fiume sotto scorreva gonfio e giallognolo a causa delle recenti piogge e della luce opaca dei lampioni. Quanto gli piaceva stare lì ad osservarlo… gli dava conforto. Era come se gli suggerisse che alla fine tutto passa, che tutto cambia… che una soluzione si trova.
Non era così, ne era consapevole. Se in vent’anni non era cambiato nulla, se non in peggio, cosa poteva succedere adesso?
Aveva perso tutto: la carriera, la casa, la moglie che se ne era andata.
E cosa ci aveva guadagnato? Una depressione infinita e l’amore per la bottiglia. Come cavolo avrebbe fatto ad uscirne?
E cosa ancora più importante, aveva davvero intenzione di uscirne? Aveva voglia di rimettersi in carreggiata?
Si appoggiò al parapetto e si prese la testa tra le mani…
“Non lo so! Non so se me la sento… cavolo!! Cosa posso fare!?!?!?!?!”
Con la testa ancora tra le mani, aprì gli occhi e lo vide. Un lampo nella sua mente: Ma certo! Era quello! Era l’unica soluzione!
Adesso era tutto chiaro!
“Se non puoi affrontare i problemi falli diventare tuoi alleati” era così che gli diceva sempre sua nonna? Non ne era molto sicuro ma adesso non gli interessava affatto.
Spinto da un’energia nuova corse giù, scese dal ponte e raggiunse l’argine fangoso.
Stando attento a non cadere raggiunse la sponda del fiume e il masso che stava adagiato vicino all’acqua.
Quello era il suo scoglio. Quello era la salvezza. L’incubo lo suggeriva da anni, ma lui l’aveva capito solo allora. Con tutta la sua forza ed il suo peso iniziò a spingere il masso, cercando di farlo rotolare nell’acqua. I suoi piedi sgusciavano sull’erba bagnata dell’argine e il sudore gli imperlava già la fronte quando piano piano il masso iniziò a muoversi, avrebbe preso velocità in un istante e sarebbe caduto giù, senza fermarsi, fino al fondo del fiume.
Con un guizzo gli fu davanti, l’acqua alle ginocchia, e lo abbracciò.
Sorridendo tenne stretto quel masso che lo avrebbe portato con sé, e che alla fine lo avrebbe liberato da ogni sua sofferenza.


Epilogo, qualche giorno dopo.

Mattia stava correndo in bicicletta, sul marciapiede per evitare le auto, e doveva fare presto altrimenti la mamma lo avrebbe sgridato… era rimasto a giocare con Simone un po’ più a lungo perché dovevano finire la gara con le macchinine ed era importantissima, era la ri-ri-rivincita e non poteva assolutamente perderla! Se si fosse tirato indietro dicendo che doveva rientrare a casa, Simone l’avrebbe accusato di codardia per il resto dei suoi giorni!
Era comunque consapevole che a sua mamma di tutto ciò importava niente. Lei dava un’orario e quello doveva essere, altrimenti punizione e sequestro della bici per almeno due giorni!
Quindi sfrecciava velocissimo tra i pedoni, schivando vecchiette che gli urlavano dietro inferocite, e sbuffando nuvole di vapore come una piccola locomotiva. “Proprio forte questa bicicletta nuova… Babbo Natale ha fatto il suo dovere quest’anno!!! Vabbè, Babbo Natale… papà! L’ha comprata al centro commerciale perché avevo detto di volerla… mica son piccolo come mia sorella che ancora crede a ‘sta storia di Babbo Natale! Sono grande, so come funzionano queste cose!”
Attraversato l’ultimo ponte inclinò la bicicletta sulla destra e si immise nella pista ciclabile che costeggiava il fiume. In quel momento vide emergere qualcosa dalle acque. Inchiodò, pietrificato. C’era qualcosa di rosso che galleggiava.
Era appena emerso.
Sembrava…
Si avvicinò alla sponda e con la manina infagottata in un guanto troppo grande per lui, si riparò dal sole per vedere meglio che cosa stava succedendo.
Sembrava un bambolotto… un bambolotto rosso e bianco… ma era troppo grosso per essere un bambolotto.
Improvvisamente capì.
Non era un bambolotto, era un corpo!
La bocca gli si spalancò in un grido strozzato, calde lacrime iniziarono a cadergli sulle guance gelate. Si girò ed iniziò a correre, a cercare aiuto, riuscendo solo a pensare:
“Ho smesso di crederci e lui è morto!
HO UCCISO BABBO NATALE!”




CassiopeaZg alle 23:06 in:
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Commenti
#1    06 Gennaio 2009 - 17:21
 
la prima parte davvero molto intensa e cruda, menomale un pò smorzata dalla seconda che mi ha strappato un sorriso data la dolce ingenuità del bambino.
robe
utente anonimo

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