La Caccia
Si appiattì nell’oscurità… contro il muro,quanto più poteva… sapeva di essere pressoché invisibile… socchiuse gli occhi, quegli occhioni grandi e brillanti per cui tutti lo adoravano, con cui poteva chiedere qualsiasi cosa… li socchiuse e tese le orecchie… stava aspettando la sua preda.
Sarebbe giunta di lì a poco, lo sapeva, lo sentiva.
Aveva fame… era in quel vicolo apposta, per soddisfare le sua fame, che ultimamente si era fatta intollerabile.
Aveva una vita stupenda, una famiglia che gli voleva bene, una casa bellissima, ma non c’era versi.. ogni tanto tornava a farsi sentire, quella fame, quel ruggito dentro… La voglia di uccidere.
E lui sopportava, cercava di non darle ascolto, continuando a fare la sua vita tranquilla, fintanto che non si faceva troppo forte, e lo spingeva fuori, nella notte gelida, nascosto nel buio, a respirare l’aria cristallina, a gustarsi l’adrenalina della caccia...
Lo elettrizzava.
Anche solo l’idea della preda, l’idea del sangue caldo.. lo mandava in estasi.
Si scosse, si costrinse a restare concentrato. Aveva bisogno di tutto il suo sangue freddo!
Sentì un rumore.
Passetti piccoli e veloci.
Stava arrivando!
Si irrigidì, pronto all’azione.
Fu un attimo.
La sventurata preda stava passando davanti al vicolo, quando lui con un balzo gli fu alle spalle… e la notte risuonò di un crack secco, il collo che si spezzava.
Affondò i denti nel collo e assaporò il sangue caldo e leggermente fumante che ne uscì…
trascinò il corpo ormai senza vita nel fondo buio del vicolo e si accucciò a soddisfare la sua fame: sempre attento a qualsiasi rumore, gli occhi scintillanti nel buio, continuava ad affondare i denti nella carne morbida.
Quando si sentì sazio e il corpo dilaniato iniziava ad irrigidirsi e a stufarlo, si ripulì dal sangue e si alzò, avviandosi verso casa.
Lasciò il cadavere del topolino lì, abbandonato nel vicolo.
Il gattone camminava lentamente, assaporando l’aria dicembrina e ciondolando soddisfatto la folta coda.

Si appiattì nell’oscurità… contro il muro,quanto più poteva… sapeva di essere pressoché invisibile… socchiuse gli occhi, quegli occhioni grandi e brillanti per cui tutti lo adoravano, con cui poteva chiedere qualsiasi cosa… li socchiuse e tese le orecchie… stava aspettando la sua preda.
Sarebbe giunta di lì a poco, lo sapeva, lo sentiva.
Aveva fame… era in quel vicolo apposta, per soddisfare le sua fame, che ultimamente si era fatta intollerabile.
Aveva una vita stupenda, una famiglia che gli voleva bene, una casa bellissima, ma non c’era versi.. ogni tanto tornava a farsi sentire, quella fame, quel ruggito dentro… La voglia di uccidere.
E lui sopportava, cercava di non darle ascolto, continuando a fare la sua vita tranquilla, fintanto che non si faceva troppo forte, e lo spingeva fuori, nella notte gelida, nascosto nel buio, a respirare l’aria cristallina, a gustarsi l’adrenalina della caccia...
Lo elettrizzava.
Anche solo l’idea della preda, l’idea del sangue caldo.. lo mandava in estasi.
Si scosse, si costrinse a restare concentrato. Aveva bisogno di tutto il suo sangue freddo!
Sentì un rumore.
Passetti piccoli e veloci.
Stava arrivando!
Si irrigidì, pronto all’azione.
Fu un attimo.
La sventurata preda stava passando davanti al vicolo, quando lui con un balzo gli fu alle spalle… e la notte risuonò di un crack secco, il collo che si spezzava.
Affondò i denti nel collo e assaporò il sangue caldo e leggermente fumante che ne uscì…
trascinò il corpo ormai senza vita nel fondo buio del vicolo e si accucciò a soddisfare la sua fame: sempre attento a qualsiasi rumore, gli occhi scintillanti nel buio, continuava ad affondare i denti nella carne morbida.
Quando si sentì sazio e il corpo dilaniato iniziava ad irrigidirsi e a stufarlo, si ripulì dal sangue e si alzò, avviandosi verso casa.
Lasciò il cadavere del topolino lì, abbandonato nel vicolo.
Il gattone camminava lentamente, assaporando l’aria dicembrina e ciondolando soddisfatto la folta coda.



