30/01/2009

Ciao a Tutti!!
questo post vuol ospitare un racconto non mio ma di un bravissimo e simpatico scrittore: SERGIO PAOLI.

In questi giorni sta uscendo il suo secondo lavoro letterario: LADRO DI SOGNI.

LADRO DI SOGNI - Storia noir di una Milano marginale 

di SERGIO PAOLI

Frilli editori.
In libreria da febbraio 2009 e già prenotabile.

Presentazione di Giancarlo De Cataldo:
"Quando il noir, paradossalmente, illumina di verità le storie dei nostri giorni. Una storia appassionante: Sergio Paoli è una piacevole rivelazione nel panorama del miglior
thriller italiano"

Secondo me è un'autore da tenere sott'occhio, con ottime potenzialità!!
Ve ne dò un assaggino, un racconto tratto dal suo primo lavoro: RUMORI DI FONDO




CAMBIO TURNO

 

Salgo sul metrò a Romolo per dirigermi verso il centro. Sono le otto di mattina circa. Oggi ho scelto l’aspetto di una studentessa di scienze politiche, terzo anno.

Le mie scarpe da ginnastica fanno un po’ di rumore, mentre cammino sul marciapiede della stazione. Il treno arriva fra tre minuti. Lo dice il display luminoso.

C’è silenzio e la gente ha sonno.

Io ho sentito il rumore della pioggia che cadeva e la solitudine dei giorni d’inverno.

Ho percorso marciapiedi vuoti e mi sono fermata a incroci sconosciuti. In mezz a gente perduta di cinismo ho bevuto i miei caffè sfogliando un giornale, mentre la televisione parlava di tutto e di niente.

Ho vagato sotto la luce dei lampioni di viali anonimi, osservando le macchine passare scrutavo i volto da chi teneva il volante per cercare inutilmente un motivo o una ragione di sconfitta, un pretesto per dirmi che così era andata e così doveva andare.

Ho perso tutte le parole pensate, quelle scritte e quelle sussurrate.

Senza nulla da dire, senza lettere a mettere in ordine e fogli bianchi da riempire, limiti e confini caghi, incerte corrispondenza, pagine scritte a metà, incerti fiori di camelie rosa bruciati dal gelo tardivo.

Si stringevano i miei colori e scendeva il buio nella stanza piena di polvere dove consumavo le mie sigarette, le mie ore in bianco e nero, una remota pellicola proiettata in cinema di periferia.

I miei pensieri nascosti mi cercavano, smarriti, dovevo solo attendere e ascoltare, aprire un ingresso e tendere una mano. Le parole perdute, le inibizioni negate, la fiducia tradita e i desideri non detti.

L’acqua che scorre piano sotto il terreno e rose rosse che crescono, e accorgersene tardi come un giardiniere che è l’ombra di se stesso-

L’anima di un gabbiano senza ali, non è difficile volare controvento, ma lo è farlo da sola.

Carte di un mazzo che si mischiano su un tavolo e TIR che sfrecciano davanti alla mia auto ferma a uno stop.

Dimmi, dimmi qual è la direzione? Dove è la via e a quale condizione?

Dimmi dimmi i pensieri nascosti che devo trovare, le sorgenti d’acqua pura da svelare, quali frutti raccogliere. Dove sono le parole cercate e amate, le logiche scadute che regolano queste terre di mezzo.

Masticando il silenzio per non sentire il rumore.

Parlatemi, vi prego, nella notte che sta per finire.

 

La ragazza che aspetta vicino a me è preoccupata perché ha prestato gli appunti a un compagno di università e lui ancora non glieli ha restituiti.

Ha l’esame di macroeconomia tra una settimana, mi pare, e non si sente pronta.

Ha bisogno di consultare quegli appunti il prima possibile e oggi spera di trovare quel ragazzo in biblioteca per chiederglieli. Mi guarda incuriosita, non mi ha mai visto prima lì, e per un attimo si chiede se c’ero anche io in aula, in mensa, in biblioteca.

Poi torna ai suoi pensieri, non sono solo gli appunti a portarla a cercare quel ragazzo…E’ felice di averlo conosciuto. Lui le sembra sensibile.

Un giorno le ha scritto un biglietto.

Esiste al mondo un qualcosa che lega due persone che va oltre l’amore… e che anche se può sembrare più superficiale per me è qualcosa di tenero e segreto.

L’amicizia nasconde piccole pagine senza frontiere… inibizioni e segreti (che a volte siamo costretti a tenere nascosti in un rapporto d’amore)…

 

Lei lo conservava nel portafoglio.

Mi volto, salgo sul treno, ci si spintona un po’…io cambio vettura…accanto a me si siede una impiegata molto carina, coi tacchi alti e la gonna molto corta, che legge una rivista di moda…immagina di tornare a casa e togliere quelle scarpe che già le fanno male…oggi il capo ha tre riunioni e lei continuerà ad andare avanti e indietro…è stanca di quella vita…ma sta cercando di avere un bambino insieme a suo marito e non vede l’ora. avrà un bambino e starà a casa.

 

Cadorna…mi alzo e scendo, vado a prendere la rossa in direzione Duomo…salgo insieme a una                     donna che dimostra sui quaranta…è triste, quasi disperata, ma molto determinata.

Si dirige al lavoro, comprendo che fa le pulizie in un grande magazzino in centro…nel pomeriggio andrà a San Vittore, dove c’è il marito.

È arrabbiata con lui, beve troppo, diventa violento, poi finisce sempre dentro per piccoli furti e lei se la deve cavare da sola con i tre bambini…meno male che qualcun, non so chi, la aiuta…non mollerà, piange dentro ma ce la farà, le lacrime le scendono nell’intimo come parole sussurrate:

cosa diresti? Che avevi solo buone intenzioni? Beh, certo che le avevi,cosa diresti? Che va tutto per il meglio? Certo che è così. Cosa diresti? Che è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Ma tu hai deciso così. Cosa dici? Cosa diceva lei? I pochi soldi che io guadagno continuano a cadere nella tua bocca piena di conversazione agrodolce, ritagli di giornale inutili. Parli senza sentimenti, no non ti credo. Non ti importa niente, non ti importa niente. Non ti importa niente, non ti importa niente.

 

Lascio il treno al Duomo e cambio direzione, mentre scendo le scale per l’altro binario, lo sento che è in fondo al marciapiede.

L’ho incontrato già altre volte…lui è disperato, ha perso il lavoro e non sa che fare, anche la moglie lo ha lasciato con i suoi debiti portando via i bambini…la situazione è critica stamattina, il buio è cupo, la notte stende la sua mano, i pensieri corrono rapidi, troppo rapidi, dio mio dammi la forza, dammi la velocità, dammi il cuore, dammi la volontà.

Mi precipito sul marciapiede per andargli accanto e sfiorarlo, devo fargli sentire la carezza lieve del vento attraverso i campi di grano, il rumore della pioggia che cade, le tracce di una vita e di un amore.

Sta arrivando il treno…non ce la faccio, dio io non ce la faccio!

Lui si butta sui binari proprio davanti al treno, il guidatore inchioda stridendo i freni ma non c’è nulla da fare, non c’è nulla da fare.

La gente grida, c’è chi piange e anche io piango, respiro le mie lacrime avvolta nel mio silenzioso, doloroso stupore, la solitudine della sconfitta.

Quando mi riprendo realizzo che è il terzo da inizio anno, anche questo non sono riuscito a confortarlo in tempo.

Esco dalla stazione, sulla scala mobile, mentre arrivano di corsa i vigili e la polizia. Devo chiamare Gabriele subito. È troppo pesante per me, questo incarico è durato troppo, io sento tutti i pensieri, le paure, i timori, i dolori, le sofferenze e le gioie della gente.

Ma non ce la faccio più, adesso gli racconto tutto e spero che acconsenta a un cambio di turno. Gabriele lo sa che è difficile, ma si fida di me, e io ho bisogno di una pausa.

Anche gli angeli rifiatano, a volte. Ed io ho proprio bisogno di rifiatare.

 

bravo eh???

;)


CassiopeaZg alle 10:12 in:
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26/01/2009
UN CURIOSO INCONTRO

Ero in ritardo!!!!
Feci una corsa, con i tacchi bassi che risuonavano sul marciapiede e una mano sulla testa a trattenere il cappellino perchè non volasse via.
Fu inutile: persi l'autobus.
uff!!
Entrai in un caffè... dovevo aspettare il bus successivo e non mi andava di restare per strada, poteva essere sconveniente.
Ordinai e mi sedetti con l'aria corrucciata e un sospiro di delusione un pò troppo forte: riuscì ad attirare su di me interesse e curiosità dell'altro clinete del locale.
Era un allegro signore, con i capelli grigi arruffati e i baffi incolti, mi guardò con occhi da bambino, vivaci e intelligenti.
"che cosa l'angustia, bella signorina?"
"eh, guardi.. ho appena perso l'autobus per andare al lavoro ed arriverò tardi...la giornata non prospetta niente di buono!"
si alzò e si avvicinò al mio tavolo:
"beh, non se la prenda, signorina... pensi che potrebbe non essere lei ad aver perso l'autobus ma l'autobus ad aver perso lei... tutto è realtivo!" e mi fece un sorridente baciamano, cordiale e scherzoso, prima di indossare il cappello ed uscire dal locale.
Sorseggiai il mio thé, con calma, riflettendo sulle sue parole e sul solletichino che i suoi baffi mi avevano lasciato sul dorso della mano...
Pagai ed uscii.
Al bus successivo mancava ancora qualche minuto, ma a me non interessava più.
Mi strinsi nel giaccone e mi diressi al lavoro, lentamente, gustandomi l'aria frizzante della mia New York degli anni '40.




CassiopeaZg alle 23:21 in:
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03/01/2009

Noir Santa Claus

”Umh... questo vestito inizia a starmi stretto.... cheppalle!!!!
Quando l’ho comprato mi largheggiava... dovevo mettermi un cuscino per fare la pancia, e adesso basta la mia: più che sufficiente!”
Il vecchio Babbo Natale si diede una grattatina al didietro, mentre, ciondolando sul marciapiede, cercava di raggiungere il dormitorio.
Diede un’altra sorsata alla bottiglia di vodka che aveva in mano, una schifezza comprata al supermercato giù all’angolo, ma ne aveva bisogno! Era tutto il giorno che gironzolava per le case vestito come un deficiente, a portare pacchi a bambini che lo guardavano nascosti tra le gambe delle madri. E lui che ripeteva: ”oh-oh-oh...Buon Natale!!!!” oppure ”Eh, sei stato buono quest’anno?!?!!?!? Ecco il tuo regalo!!!”
Cheppalle!!!!!
Doveva smettere di fare quel misero lavoro, non ne poteva più.
All’inizio gli era sembrata una buona idea, nella sera più triste dell’anno, per un senza tetto, squattrinato e solo come lui, sarebbe stato il babbo di tutti i bambini e li avrebbe fatti ridere e li avrebbe coccolati!
In effetti all’inizio gli era piaciuto… adesso, dopo 5 anni, con un sacco di chili in più, la dipendenza dalla bottiglia che persisteva e nessuna prospettiva per il futuro, si era stufato…
Quei mocciosetti che lo guardavano impauriti o sospettosi, che appena tirava fuori il pacco dono allungatogli dal padre 30 secondi prima si dimenticavano di lui lo avevano stufato.
Era un po’ di tempo  che qualsiasi cosa lo stufava…
E poi per quella miseria che guadagnava…. Non ne valeva la pena… Oddio, per tutto il resto dell’anno non aveva neanche quello, si barcamenava tra lavoretti idioti e semi-gratuiti, magari anche solo per potersi comprare una birra…
Uffa…
Ma possibile che tutto costi così caro??? Un uomo non può concedersi un goccetto!!!!
Sbuffando come al solito era entrato in dormitorio, si era cercato il suo angolino e si era accovacciato lì, ancora vestito da babbo natale, la bottiglia stretta sotto il braccio, l’espressione corrucciata sulla fronte.
E pensare a quanto stava bene quando era più giovane… a quanto era stato felice…
Quando giocava ancora a pallone…
Era stato fortissimo!
Un centrocampista favoloso… ed aveva avuto anche un sacco di soldi!! Non giocava in serie A ma anche nella D pagavano bene!! E poteva comunque far carriera…
Se non fosse successo….
Gli sarebbe piaciuto arrivare in serie A, essere l’idolo dei ragazzini, avere un posto nell’Album Panini.
Quanto sognava di avere la sua foto su quell’album!!!
Quand’era piccolo avrebbe dato chissà cosa per essere uno di quei calciatori... e si era allenato, aveva provato e riprovato, ci aveva messo tutta la passione di cui era capace e alla fine era entrato nel giro… avrebbe anche potuto farcela. Fosse stato meno impulsivo.
Aggrottò ancora di più le sopracciglia e sprofondò nell’incubo che lo perseguitava ormai da 20 anni.
Rivide Carli, il giocatore avversario, entrare in scivolata sulla sua gamba, fargli un fallo e atterrarlo…
Volò di nuovo, come in quella domenica di maggio, e atterrò sull’erba del campo, con un TONK sordo della spalla sinistra.
E un dolore fulminante gli squarciò il braccio, il petto e gli abbuiò la vista.
Si tirò su, tenendosi il braccio sinistro, consapevole di averlo fratturato.
Gli altri stavano attorno a lui, compagni di squadra ed avversari, arbitro e guardalinee compresi.
Uno mancava all’appello.
E lui lo cercò come una furia, si fece largo tra i giocatori e le domande, le voci, le mani che cercavano di farlo stare seduto, calmo.
Non ci vedeva più. Aveva solo un obiettivo.
E lo raggiunse.
Lo chiamò e lo spinse forte, con l’unico braccio utilizzabile, sbilanciandosi tutto, lo spinse all’indietro.
Carli non se lo aspettava. Perse completamente l’equilibrio e cadde.
L’espressione di stupore che aveva dipinta sul volto mentre cadeva, con gli occhi sgranati e la bocca spalancata, gli rimase impressa nella mente per sempre.
Fu una spinta stupida. Dettata dalla rabbia. Si pentì immediatamente, nel sogno come nella realtà. Restò stupefatto a guardarlo cadere, lo vide sprofondare in un baratro infinito e nero che presto risucchiò pure lui… Nel sogno, precipitò giù, veloce, in un vortice nero, squarciato solo da sprazzi di luce che illuminavano articoli di giornale, facce note, persone che gli dicevano cosa fare e gli davano consigli…
Atterrò con un colpo, nel suo angolino del dormitorio si mosse e scalciò, scostando la lisa coperta che aveva addosso.
Adesso era in una sala immensa, con il pavimento in pietra freddo, le pareti in pietra, il soffitto in pietra…
La luce filtrava sottile dalle finestre poste in alto, gli sembrava quasi di essere in una cattedrale, di quelle romaniche, dove ti senti schiacciato, perduto, colpevole.
D’un tratto sopra di lui si materializzò uno scranno altissimo e su cui sedeva un uomo piccolo, vestito di nero, che si sporgeva, reggendosi ai braccioli con le lunghe dita scheletriche, per guardarlo, per interrogarlo.
Gli occhietti neri ed indagatori erano mal celati da occhialini rettangolari poggiati sul lungo naso aquilino e assieme alla testolina solo in parte ricoperta da ciuffetti di capelli bianchi, davano all’omino spigoloso la sembianza di un corvo.
“che cosa hai fatto?” la vocetta stridula riecheggiò per la navata, rotolando sui muri di pietra, amplificandosi e infrangendosi in milioni di vocette che insistenti gli ponevano sempre la stessa domanda: “Che cosa hai fatto?”
Fu pervaso dall’amara certezza di non trovarsi lì per essere giudicato, ma esclusivamente per essere condannato.
Probabilmente era questo che provavano i presunti eretici di fronte ai tribunali della Santa Inquisizione.
Mentre ancora quella voce riecheggiava insistente tra le navate, sentì il giudice emettere la condanna e uno stridio di catene lo spinse a guardare il soffitto.
Un masso enorme, di un peso indefinibile stava calando lentamente su di lui, lo avrebbe sicuramente schiacciato! Provò a muoversi, a divincolarsi, non ci riuscì. Non riusciva a muovere le gambe, le braccia, era come incollato al pavimento gelido, e poteva soltanto guardare il masso che si avvicinava, inesorabile, pronto a schiacciarlo con tutto il suo peso.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!”
Si svegliò con un urlo, madido di sudore, il costume rosso completamente bagnato ed appiccicato addosso. Aveva ancora su anche la vecchia barba finta. Sputacchiando bianchi peli sintetici si alzò, confuso. La testa gli girava, aveva brividi di freddo.
Non poteva andare avanti così.
Quel masso enorme se lo portava dentro da venti anni.
Il giudice, nella realtà, lo aveva assolto. Cardi era morto per un aneurisma, niente a che vedere con il colpo alla nuca e la spinta che lui gli aveva dato, ma quella voce non taceva. La sua anima, il vecchio corvo, non lo aveva mai assolto e lo perseguitava, ancora ed ancora, ogni volta che chiudeva gli occhi, ogni volta che non era abbastanza sbronzo da obbligarlo al silenzio.

Scolò d’un fiato la vodka e si avviò verso l’uscita del dormitorio, non sarebbe più riuscito a prendere sonno, comunque.
Aprì la porta e l’aria gelata ebbe l’effetto di uno schiaffo in faccia: stesso dolore, stessa forza, stessa capacità di svegliare.
Uscì. L’alcool che aveva in corpo non era sufficiente a tenerlo caldo, si strinse le braccia attorno al petto e si avviò senza meta, osservando le nuvolette di vapore bianco prodotte dal suo respiro: si creavano e scomparivano in un istante, belle, soffici ed indifferenti.
Raggiunse ponte della Vittoria.
Il fiume sotto scorreva gonfio e giallognolo a causa delle recenti piogge e della luce opaca dei lampioni. Quanto gli piaceva stare lì ad osservarlo… gli dava conforto. Era come se gli suggerisse che alla fine tutto passa, che tutto cambia… che una soluzione si trova.
Non era così, ne era consapevole. Se in vent’anni non era cambiato nulla, se non in peggio, cosa poteva succedere adesso?
Aveva perso tutto: la carriera, la casa, la moglie che se ne era andata.
E cosa ci aveva guadagnato? Una depressione infinita e l’amore per la bottiglia. Come cavolo avrebbe fatto ad uscirne?
E cosa ancora più importante, aveva davvero intenzione di uscirne? Aveva voglia di rimettersi in carreggiata?
Si appoggiò al parapetto e si prese la testa tra le mani…
“Non lo so! Non so se me la sento… cavolo!! Cosa posso fare!?!?!?!?!”
Con la testa ancora tra le mani, aprì gli occhi e lo vide. Un lampo nella sua mente: Ma certo! Era quello! Era l’unica soluzione!
Adesso era tutto chiaro!
“Se non puoi affrontare i problemi falli diventare tuoi alleati” era così che gli diceva sempre sua nonna? Non ne era molto sicuro ma adesso non gli interessava affatto.
Spinto da un’energia nuova corse giù, scese dal ponte e raggiunse l’argine fangoso.
Stando attento a non cadere raggiunse la sponda del fiume e il masso che stava adagiato vicino all’acqua.
Quello era il suo scoglio. Quello era la salvezza. L’incubo lo suggeriva da anni, ma lui l’aveva capito solo allora. Con tutta la sua forza ed il suo peso iniziò a spingere il masso, cercando di farlo rotolare nell’acqua. I suoi piedi sgusciavano sull’erba bagnata dell’argine e il sudore gli imperlava già la fronte quando piano piano il masso iniziò a muoversi, avrebbe preso velocità in un istante e sarebbe caduto giù, senza fermarsi, fino al fondo del fiume.
Con un guizzo gli fu davanti, l’acqua alle ginocchia, e lo abbracciò.
Sorridendo tenne stretto quel masso che lo avrebbe portato con sé, e che alla fine lo avrebbe liberato da ogni sua sofferenza.


Epilogo, qualche giorno dopo.

Mattia stava correndo in bicicletta, sul marciapiede per evitare le auto, e doveva fare presto altrimenti la mamma lo avrebbe sgridato… era rimasto a giocare con Simone un po’ più a lungo perché dovevano finire la gara con le macchinine ed era importantissima, era la ri-ri-rivincita e non poteva assolutamente perderla! Se si fosse tirato indietro dicendo che doveva rientrare a casa, Simone l’avrebbe accusato di codardia per il resto dei suoi giorni!
Era comunque consapevole che a sua mamma di tutto ciò importava niente. Lei dava un’orario e quello doveva essere, altrimenti punizione e sequestro della bici per almeno due giorni!
Quindi sfrecciava velocissimo tra i pedoni, schivando vecchiette che gli urlavano dietro inferocite, e sbuffando nuvole di vapore come una piccola locomotiva. “Proprio forte questa bicicletta nuova… Babbo Natale ha fatto il suo dovere quest’anno!!! Vabbè, Babbo Natale… papà! L’ha comprata al centro commerciale perché avevo detto di volerla… mica son piccolo come mia sorella che ancora crede a ‘sta storia di Babbo Natale! Sono grande, so come funzionano queste cose!”
Attraversato l’ultimo ponte inclinò la bicicletta sulla destra e si immise nella pista ciclabile che costeggiava il fiume. In quel momento vide emergere qualcosa dalle acque. Inchiodò, pietrificato. C’era qualcosa di rosso che galleggiava.
Era appena emerso.
Sembrava…
Si avvicinò alla sponda e con la manina infagottata in un guanto troppo grande per lui, si riparò dal sole per vedere meglio che cosa stava succedendo.
Sembrava un bambolotto… un bambolotto rosso e bianco… ma era troppo grosso per essere un bambolotto.
Improvvisamente capì.
Non era un bambolotto, era un corpo!
La bocca gli si spalancò in un grido strozzato, calde lacrime iniziarono a cadergli sulle guance gelate. Si girò ed iniziò a correre, a cercare aiuto, riuscendo solo a pensare:
“Ho smesso di crederci e lui è morto!
HO UCCISO BABBO NATALE!”




CassiopeaZg alle 23:06 in:
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09/12/2008
Triste Risveglio

Come ogni mattina, appena desto, la cercò con lo sguardo.
Quella mattina non la trovò vicino a sé e si sentì mancare.
Si era abituato ad averla li, a due passi...
 e seppur sapesse di non poterla mai raggiungere,
obbligato dalla sua stessa natura all’immobilità,
seppur sapesse che il suo desiderio di abbracciarla o anche soltanto di sfiorarla, non sarebbe mai stato esaudito,
si era comunque adattato ad osservarla di nascosto , muto ed immobile, esternamente impassibile, mentre al suo interno la vita scorreva,
e l’Amore pulsava…
Era giunto ad accettare di non poterla avere e ad accontentarsi di guardarla.
E adesso Lei non c’era!!

Ricordava perfettamente la prima volta che l’aveva vista, in una radiosa mattina di primavera.
Lei, così giovane, teneramente indifesa, si affacciava al mondo con timidezza, un bocciolo carico di speranza.
E l’aveva vista crescere, farsi grande e fiorire di una bellezza indescrivibilmente fresca, forte e fragile, che col tempo era divenuta piena, sottilmente ostentata, meravigliosa, disarmante.
Aveva continuato a guardarla, desiderandola in silenzio.
Fino a quella mattina.
La cercò con lo sguardo, sentendosi perduto.
Poi la vide.
Giaceva a terra, scomposta.
I petali delicati sparsi sul prato, lo stelo esile ormai spoglio.
Era morta.
E lui, giovano Gelso, pianse a lungo, in silenzio, la perdita della sua Rosa.

CassiopeaZg alle 20:35 in:
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08/12/2008
La Caccia

Si appiattì nell’oscurità… contro il muro,quanto più poteva… sapeva di essere pressoché i
nvisibile… socchiuse gli occhi, quegli occhioni grandi e brillanti per cui tutti lo adoravano, con cui poteva chiedere qualsiasi cosa… li socchiuse e tese le orecchie… stava aspettando la sua preda.
Sarebbe giunta di lì a poco, lo sapeva, lo sentiva.
Aveva fame… era in quel vicolo apposta, per soddisfare le sua fame, che ultimamente si era fatta intollerabile.
Aveva una vita stupenda, una famiglia che gli voleva bene, una casa bellissima, ma non c’era versi.. ogni tanto tornava a farsi sentire, quella fame, quel ruggito dentro… La voglia di uccidere.
E lui sopportava, cercava di non darle ascolto, continuando a fare la sua vita tranquilla, fintanto che non si faceva troppo forte, e lo spingeva fuori, nella notte gelida, nascosto nel buio, a respirare l’aria cristallina, a gustarsi l’adrenalina della caccia...
Lo elettrizzava.

Anche solo l’idea della preda, l’idea del sangue caldo.. lo mandava in estasi.
Si scosse, si costrinse a restare concentrato. Aveva bisogno di tutto il suo sangue freddo!
Sentì un rumore.
Passetti piccoli e veloci.
Stava arrivando!
Si irrigidì, pronto all’azione.
Fu un attimo.
La sventurata preda stava passando davanti al vicolo, quando lui con un balzo gli fu alle spalle… e la notte risuonò di un crack secco, il collo che si spezzava.
Affondò i denti nel collo e assaporò il sangue caldo e leggermente fumante che ne uscì…
trascinò il corpo ormai senza vita nel fondo buio del vicolo e si accucciò a soddisfare la sua fame: sempre attento a qualsiasi rumore, gli occhi scintillanti nel buio, continuava ad affondare i denti
nella carne morbida.
Quando si sentì sazio e il corpo d
ilaniato iniziava ad irrigidirsi e a stufarlo, si ripulì dal sangue e si alzò, avviandosi verso casa.
Lasciò il cadavere del topolino lì, abbandonato nel vicolo.
Il gattone camminava lentamente, assaporando l’aria dicembrina e ciondolando soddisfatto la folta coda.






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CassiopeaZg alle 14:46 in:
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01/12/2008
AMORE IMPOSSIBILE

Lui, bello e irriverente, forte ed irruento, alle volte persino aggressivo, sempre indispensabile.

Sa donare l'allegria con uno sguardo.

Lei, dolce e volubile, sa essere immensa e splendente, ma anche gelida e sorniona, quando vuole.

Lui svolge il suo lavoro con animo sereno, osservando il mondo...
Vede persone uscire di casa e dirigersi al lavoro, mamme affaccendate con i loro bambini gioiosi, vecchietti impegnatissimi nelle loro attività secolari…
Vede persone rincorrere il loro lavoro, il loro successo, senza neanche sapere il perché e vede chi invece stagna in un'immobilità oziosa, riflettendo, aspettando... chissà poi che cosa.
Riesce a vedere le atrocità dell'uomo, contro sé stesso e contro il suo mondo , ma vede anche il bianco brillante della solidarietà e dell'amicizia... ed è per quelle piccole stelle, così umane ma al contempo così forti, che ogni mattina decide di alzarsi e di affrontare la giornata.
Lui così determinato e sicuro di sé, ogni tanto si adombra, ed un misto di malinconia e di dolcezza gli velano il volto, pensando a Lei.

Lei è la sua metà. Il suo alter ego. Il completamento naturale.
Lei che accoglie con pazienza sospiri e lamentele, paure e solitudini… lei che ricopre le mondezze dell’umanità con la sua capacità di donare il meritato riposo.
È così bella e sensuale…

Quando ci pensa Lui si sente venir meno. E vorrebbe correre veloce e poterla raggiungere, Lei, così fuggente, vorrebbe fermarla e stringerla tra le braccia, baciarla a lungo….

Destino bastardo il Loro.


Costretti a guardarsi da lontano, a cercarsi senza riuscire mai ad incontrarsi, se non in rarissime, magiche occasioni, quando assieme si eclissano, e si dimenticano del mondo.

Lui Sole, Lei Luna.


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CassiopeaZg alle 09:44 in:
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30/11/2008
L'ALBATROS

Spesso, per divertirsi, le ciurme
Catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, compagni di viaggio pigri,
il veliero che scivola sugli amari abissi.
E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
abbandonano malinconicamente le grandi ali candide
come remi ai loro fianchi.
Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così grave; bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava!
Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.
Souvent, pour s'amuser, les hommes d'é quipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.
A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d'eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid!
L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!
Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.

Charles Baudelaire
(1821/1867)
CassiopeaZg alle 16:11 in:
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18/11/2008

Un accenno di pentimento leggero, fugace ma intenso come un brivido, le attraversò la mente, mentre si lavava le mani nel lavandino.

Scomparve subito, lasciandole un sapore amaro in bocca… avrebbe dovuto abituarcisi?

Continuava a lavarsi le mani, mentre il sangue si univa all’acqua in un irreale gorgoglio. Si scosse.

“cretina, lo hai soffocato, come puoi essere sporca di sangue?!?! Smettila!!” Disse rivolta al suo riflesso nello specchio.

Ma non riusciva a sentirsi pulita, erano giorni che continuava a sfregarsi le mani sotto l’acqua gelida, fino a perderne la sensibilità… continuava a sentire la pressione della vena di quel vecchio collo pulsarle sui polpastrelli, immondandola con il suo sangue, come se potesse fuoriuscire e andare a macchiarla, a segnalarla come colpevole!

Ed in ogni angolo buio vedeva lo sguardo vacuo del vecchio, quel vecchiaccio che da anni la tartassava con le sue richieste e senza volerne sapere di morire!!! Quanto ancora avrebbe dovuto aspettare per la sua eredità?? Eh? Anni e anni!!! Era stufa di aspettare, era una vita che aspettava!! Aveva aspettato di essere grande, poi di avere una laurea, un po’ di indipendenza… tutto pur di andarsene da quella da quella stupida città, e quando finalmente c’era quasi, quel vecchiaccio si è ammalato!!

“Ha solo te, non puoi lasciarlo solo!” “Ti ha mantenuta fino ad ora, DEVI accudirlo!”

Le si era aperto un baratro sotto i piedi! Proprio adesso che avrebbe potuto vivere la sua vita, suo nonno si metteva di mezzo, ancora una volta, per tenerla li! Imprigionata in quella città! In quella casa!!!

E nella malattia, il nonno si trascinava da anni, sempre un po’ peggio, sempre più logorato e logorante, sempre più irascibile e pretenzioso, sempre meno ancorato alla realtà, sempre più perso nei suoi ricordi e sempre più debole… ma mai abbastanza!

“Ma adesso basta”, aveva pensato qualche sera prima, “adesso basta!”

Era entrata nella camera del nonno e gli aveva premuto con delicatezza le mani sul collo. Non si era neanche ribellato troppo… beh, non aveva la forza di fare nulla, oramai…

E così si ritrovava in una casa vuota, completamente sua, ereditata dal povero nonno deceduto per “insufficienza respiratoria”, e non riusciva a far altro che lavarsi e lavarsi per cercare di scrollarsi di dosso ciò che inesorabilmente macchiava la sua anima.

CassiopeaZg alle 18:34 in:
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18/11/2008

A Dream Within A Dream

Take this kiss upon the brow!
And, in parting from you now,
Thus much let me avow-
You are not wrong, who deem
That my days have been a dream;
Yet if hope has flown away
In a night, or in a day,
In a vision, or in none,
Is it therefore the less gone?
All that we see or seem
Is but a dream within a dream.

I stand amid the roar
Of a surf-tormented shore,
And I hold within my hand
Grains of the golden sand-
How few! yet how they creep
Through my fingers to the deep,
While I weep- while I weep!
O God! can I not grasp
Them with a tighter clasp?
O God! can I not save
One from the pitiless wave?
Is all that we see or seem
But a dream within a dream?

 

 

Un Sogno Dentro Un Sogno

 

Prendi questo bacio sulla fronte!
E, ora che sto per lasciarti,
Lascia che te lo confessi:
Non hai torto tu, quando credi
Che nient'altro che un sogno
Sono stati i miei giorni;
Se la speranza è sfuggita
In una notte, o in un giorno,
In una visione, o nel nulla
È forse per questo meno perduta?
Tutto quel che vediamo o sembriamo
È un sogno dentro un sogno soltanto.

Nel frastuono mi trovo di una riva
Che l'onda del mare flagella,
E nella mano stringo
Grani di sabbia d'oro.
Così pochi! Eppure come sfuggono
Giù nel profondo attraverso le dita,
Mentre piango e piango e piango!
Oh Dio! Non posso agguantarli io
Con una stretta più forte?
Oh Dio! Non posso salvarne uno io
Dall'ondata spietata?
Non è tutto quel che vediamo o sembriamo
Un sogno dentro un sogno soltanto?

 

 

Edgar Alla Poe

(1809-1849)

CassiopeaZg alle 18:08 in:
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05/11/2008
Ecco, mi ero appena ripromessa di fare un intervento un pò più allegro che altrimenti il blog è troppo triste..
e invece, purtroppo, son qua a commemorare una grande, grandissima persona che si è spenta oggi.....




Addio Michael!!!!





e grazie, grazie infinite per tutte le volte che mi hai fatto piangere, che mi hai fatto tremare, che mi hai tenuta incollata alle tue pagine... e per le vote in cui ho riso, sorriso, amato con te...








"uno scrittore vive nelle sue opere"


quindi resterai con noi a lungo....



CassiopeaZg alle 21:36 in: varie
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